NAMELESS – Un’esperienza di vita

NAMELESS – Un’esperienza di vita

NAMELESS – Un’esperienza di vita 1920 1280 Irene Di Lelio

AFRICA

L’Africa è un continente che ha una risonanza profonda dentro di me. Metà della mia famiglia proviene da lì.
Ventinove anni fa arrivò mia sorella avvolta in un abito Habesha Kemis.
Il legame del cuore talvolta supera il legame di sangue… e così è stato per noi. Lei un’etiope di nove mesi appena adottata, io un’italiana di tre anni. Il Fato ci ha messe nella stessa famiglia, per condividere un percorso di vita, attraverso le nostre doti peculiari: saggezza (sua) e amorevolezza (mia).
Ventinove anni dopo, mio fratello ha sposato una ragazza kenyota, la fidanzata del liceo, ritrovata per caso nella trama della sua vita. Hanno messo al mondo una meravigliosa bambina dal sorriso disarmante, per metà italiana e per metà africana. A un anno capisce già tre lingue: inglese, suahili ed italiano.
Questo è lo stato delle cose e non mi sono mai fatta troppe domande.

FATO

Qualche mese fa, accadde qualcosa di inaspettato.
Un giorno qualunque mi contatta un regista kenyota. Capitato casualmente sul sito web di Linee Libere, mi dice che il mio contributo può essere importante per la sua compagnia. Mi invita, dunque, nella contea di Kisii per un progetto di volontariato, chiamato “International Artists’ programme”.
Speravo di fermarmi qualche mese con il teatro, e invece…
Pensando fermamente che il Caso non esista, non posso che riflettere su questo avvenimento. Mi guardo nelle tasche e non ho abbastanza fondi per affrontare un viaggio così complesso.
Alla fine, decido di mettere da parte l’idea fin quando non avrò i mezzi per permettermelo.
Passano un paio di mesi.
Una sera come tante altre, mentre lavoro a ritmi elevatissimi al ristorante, mi capita di prendere l’ordine di un tavolo dov’è seduto un uomo alto e distinto. Chiedo cortesemente cosa prenda da bere e illustro i nostri vini sud africani. Lui, ridendo, dice: “No, no, basta vino. Qui a Venezia non si fa altro! Vado di birra”. Gli porto una birra Ichnusa alla spina e, non so come, mi chiede di cosa mi occupi. “Teatro sociale”, rispondo, “Per la precisione scrivo e dirigo progetti artistici in contesti di cura e di difficoltà sociale. Adesso, però, mi sono presa una pausa di qualche mese”. Lui mi guarda e dice: “Io sono un giornalista. Ho scritto molto di questo ristorante. Trovo che l’idea di Hamed e Maria sia geniale. Mi interessa ciò che fai. Prendiamoci un caffè domani mattina prima che riparta così parliamo con un po’ più di calma e senza i piatti in mano”. Accetto, mi sembra un personaggio di cui ci si possa fidare. Prima di andare via lascia il suo contatto al mio collega senegalese.
Il mattino dopo, Vittorio, mi racconta la sua storia che trovo subito molto interessante. È un giornalista italoeritreo che ha studiato in Inghilterra e che, per via del lavoro, ha vissuto in diverse parti del mondo. Insegna storia del colonialismo italiano all’Università Ca’ Foscari di Venezia e durante il primo lockdown ha scritto un libro che racconta la storia della sua famiglia, di come i suoi bisnonni, nonni e genitori, abbiano sofferto l’inferno per le leggi fasciste contro il meticciato.
“Ti andrebbe di scrivere la sceneggiatura di questo testo?”, chiede.
Rimango scioccata dalle sincronicità.
Rifletto titubante, data la mia pausa dal mondo teatro, ma alla fine accetto.
Dopo diversi mesi travagliati e affaticati dal lavoro, riesco a buttare giù un soggetto che, però, non mi soddisfa affatto.
Passa un altro mese, nel quale sono costretta a lasciare la casa dove vivo, e capisco che è arrivato il momento di decidere. Con i fondi guadagnati in sei mesi di lavoro al ristorante e alla caffetteria, faccio i biglietti per il Kenya. È il mio primo viaggio extraeuropeo in solitudine.

KISII

Dopo ventiquattr’ore di viaggio, tre voli, un autobus e tanta pressione per la fobia dell’aereo, arrivo finalmente a Kisii.
L’energia che la città emana è triste, desolata. Percepisco questa ondata di povertà che come il vento attraversa le case, le strade rosse e rocciose ed entra nel comportamento e nel cuore delle persone. Vedo fiumi di gente che si trascinano per le vie della città, senza una vera meta, piantati immobili a vendere pannocchie, rami di banano, bibite fresche, ananas e avocado.
La città sembra un’enorme favela.
Arrivo a casa di Caleb, il regista del New Star Drama Group, che mi accoglie in famiglia come fossi una lontana parente italiana.
Il giorno successivo iniziamo il lavoro con il suo gruppo di giovani amatori. Sono entusiasti, pieni d’energia e fantasticano sull’idea che diventare attori possa cambiare la loro vita. Mi guardo intorno, metto a fuoco la gabbia che ricopre la città, e temo che non sarà così.
Propongo loro tre-quattro esercizi che sono i cavalli di battaglia di un lavoro di diversi anni, che attraversano i preziosi insegnamenti di maestri come Enrico Bonavera, Antonio Latella e Charlotte Munkso. I ragazzi, all’inizio rigidi come ciocchi di legno, cominciano a sciogliersi e a capire che il teatro è lontano dall’idea di declamazione del proprio ego. È prima di tutto un grande mezzo di ascolto e accettazione dell’altro. Ci impieghiamo un paio di settimane per arrivare a questa fase di consapevolezza ma, alla fine, ci riusciamo.
A posteriori rifletto e capisco che l’esperienza umana fatta a Kisii supera per intensità quella lavorativa. La relazione con la città e con i passanti è stata una grande palestra.
Vedendo le loro reazioni, presumo di essere l’unica donna bianca in città. Cercano di parlarmi, toccarmi, sperando in una forma minima di ricompensa per quel piccolo gesto di attenzione. Si respira il pregiudizio imperante che un europeo sia sicuramente ricco e che possa aiutare. Credo si tratti di un retaggio del colonialismo.
Capisco, dopo mezza giornata, che sia meglio non uscire di casa da sola. Mi sento l’ospite del guardiano del faro della città. E in effetti la casa di Caleb è una delle poche ad essere all’interno di un palazzo fatto di calcestruzzo. Un lusso per gli abitanti di Kisii.
La vita familiare ripaga questa tensione che si respira nell’aria. Guardo con ammirazione la figlia di ventidue anni che cucina per sei persone su un unico piccolo fornello a carbone. La casa è piccola e contiene solo gli elementi essenziali alla sopravvivenza giornaliera: in bagno un water ed una doccia legata ad un bastone con il nastro da pacchi, la cui acqua scorre sul pavimento; in cucina non ci sono né il frigorifero, né il fornello a gas, solo utensili in plastica e un paio di forchette.
Guardo con profonda ammirazione la fluidità e l’amorevolezza del loro agire in una condizione di povertà che lascerebbe qualsiasi europeo di questo secolo in seria difficoltà di adattamento. Questa famiglia è gioiosa e vive felicemente. Non si percepiscono sentimenti di frustrazione o depressione. Sono pieni della loro energia familiare che ogni sera si focalizza sulla splendida figlia di sette anni che danza a ritmo di musica africana. È un bellissimo spettacolo.
Grazie a questa esperienza capisco come l’amore possa superare ogni ostacolo. Non è importante dove si viva o con quali mezzi. Se la modalità è volta al bene personale e dei propri cari, anche una situazione complessa come questa, si può rivelare una profonda ricchezza.
L’isolamento, mi consente di rimettere mano al soggetto del libro di Vittorio con una visione differente. Riesco finalmente ad interpretare le sue descrizioni. Ho maturato un punto di vista nuovo che mi permette di approcciarmi in maniera più emotiva e meno distaccata alla trama della sua famiglia. La penna di Vittorio è cristallina, a tratti romantica e mai casuale. Ogni riga scritta rientra perfettamente in un processo di messa a fuoco di una verità che le società di allora e di oggi, vogliono oscurare. Immergendosi candidamente nelle storie di vita dei suoi bisnonni, nonni e genitori, Vittorio parla dell’Africa, della relazione tra gli africani e gli italiani dal tempo del colonialismo in Eritrea, alla condizione contemporanea degli sbarchi degli immigrati a Lampedusa. Rileggo il libro e lo trovo bellissimo e mi chiedo perché ci abbia messo tutto questo tempo a scrivere un buon soggetto. Arriva chiaramente a coscienza che nella vita gli avvenimenti hanno un loro tempo di maturazione, di evoluzione. In un pomeriggio uggioso, passato a scrivere sul balcone di casa di Caleb, capisco che questo lavoro è una possibilità per creare un ponte con l’Africa e che, forse, l’obiettivo profondo è mia sorella, della cui storia precedente non sappiamo nulla. È un viaggio alla scoperta di una memoria che capisco di dover dedicare a lei.

NAIROBI

Lascio Kisii e mi sposto a Nairobi. Respiro questa nuova città che ha un’atmosfera completamente diversa. Ci sono alcuni quartieri pieni di alberi in fiore che ricordano le strade di Notting Hill a Londra, dedicati alle ambasciate ed agli uffici delle Nazioni Unite. Altri, invece, una versione più caotica, pericolosa e degradata delle strade più oscure di Roma.
La città mi sembra spaccata in due, attraversata da persone agiatissime e da altre molto povere. È anche questo un retaggio del colonialismo?
Nell’organizzazione della città e nella consapevolezza delle persone si percepisce il lavoro costante delle Nazioni Unite. Le colline ricoperte di plastica ed il senso di delusione e sconfitta della città di Kisii, sono spariti.
Qui incontro Emmanuel, fotografo documentaristico, nei cui scatti di profili e schiene sensuali si cela un segreto nascosto. È una visione del mondo tutta kenyota, inafferrabile per noi occidentali. I suoi ritratti ricoprono i muri del suo appartamento e del “Nomad Corner”, un cafè per artisti dal sapore newyorkese ed eritreo.
Emmanuel condivide la sua vita con la compagna Katush, stilista raffinata che disegna abiti utilizzando tessuti locali. Katush sogna di far conoscere la sua arte all’Europa, vibrante di femminilità e di amore per Nairobi. Il suo interesse per le piante mi fa scoprire un giardino nascosto nel cuore della città, colmo di stradine dipinte da fiori ed alberi. Ognuno dei piccoli sentieri conduce ad un’ipotetica meta, differente per ognuno di noi. Per me è una casetta sull’albero, costruita da una delle zie di Katush. Salgo le scale in legno e mi accolgono una gattina con il suo cucciolo. Una casa così è nei miei sogni sin dall’infanzia. È un piccolo paradiso di solitudine con una libreria, una stufetta, delle finestre di vetro dipinto e un letto sospeso nel quale stendersi a leggere. Una vera opera d’arte.
Con l’amica Margaret, donna alla moda che si contraddistingue per la sua eleganza, vado a visitare la Karura Forest, un luogo incantato al centro della città che si snoda in cascate, alberi e rifugi di babbuini.
Quest’atmosfera sospesa permette a una verità di stamparsi indelebile nella mia coscienza: la magia dell’universo risiede dentro di noi.
Rifletto qualche minuto su questo nuovo pensiero e capisco che siamo programmati per raggiungere sempre qualcosa che è al di fuori di noi, come se all’esterno ci fosse un nostro arto spezzato da ritrovare. Ma connettendomi ai suoni, alle vibrazioni della natura, mi rendo conto che tutto è già dentro di noi, dormiente. Attende solamente che arrivi il momento giusto per essere risvegliato.

MALINDI

Da Nairobi mi sposto due giorni a Malindi, una città nella contea di Kilifi, chiamata da tutti i kenyoti “la piccola Italia”. “È pieno di italiani” mi dicono, “ma lì c’è l’oceano, devi andare a vederlo”. Katush è scioccata all’idea che nel mare d’Italia non ci siano i delfini. Per lei è impossibile pensare ad un’acqua di mare senza le loro acrobazie.
L’oceano ha un’energia potentissima, talmente forte da far vibrare tutto il mio corpo per tutta la durata della permanenza.
Le spiagge sono ricoperte di alghe, granchi e dei così detti “Beach Boys”. Sono degli homeless che cercano di vendere meravigliosi Safari inventati a chiunque non sia africano. La condizione di pressione di Kisii torna in agguato, essendo l’unica europea a passeggio.
Guardo i loro tentativi con un misto di ammirazione e distacco. Non si fanno influenzare da nessun tipo di risposta, fermi nel raggiungere il loro obiettivo che ai miei occhi è ancora poco chiaro. Il talento di cantastorie è la chiave di volta dei loro infiniti racconti. Condividono storie di europei capitati sulla costa che, avvolti da un’atmosfera “odisseiana”, hanno trovato, al di là della collina, della sabbia d’oro e ne hanno riempito decine di bottiglie. Gli stessi hanno acconsentito a fare Safari lunghissimi e visitare gli orfanotrofi finanziati dagli italiani, tanto stimati in questa baia. Hanno raggiunto a nuoto la secca, luogo ideale, a loro avviso, per la meditazione che tento invano di fare da diverse ore. Li guardo più accuratamente negli occhi per cercare di capire cosa vogliano davvero da me e noto che risiede all’interno un misto di tristezza e diavoleria. Insistentemente tentano di conoscere il mio nome condotti dall’idea, forse, che su Instagram possano trovare informazioni. Gli studi classici e di arte drammatica, mi hanno insegnato che alle favole si risponde con le favole. Il teatro di Ionesco è stata la più grande scuola in merito. “Nameless”, rispondo lapidaria. Rimangono sorpresi e divertiti. Da questo momento parte il gioco alla caccia del nome. Me ne assegnano uno che risuona loro particolarmente coerente con l’ambiente: Stella Marina.
Mi rendo conto di aver scelto inconsciamente Nameless, forse ispirata da una condizione che sento appartenergli. Si pongono come ragazzi del posto, Beach Boys appunto, ma senza rivelare informazioni su loro stessi. Indossano la maschera dei senza nome e il loro essere è mutevole, si trasforma in cantastorie o incantatore di serpenti. È un gioco che dal mio punto di vista dura pochi minuti, per loro una vita intera. E con questa consapevolezza amara nel cuore, saluto gentilmente e mi allontano.

IL CUORE DEL VIAGGIO

Finisce così la mia esperienza africana. Sicuramente complessa ma piena di vita e d’amore.
Lascio Nairobi con un aereo notturno. Le turbolenze che stritolano il mio stomaco e portano l’ansia alle stelle, si muovono al ritmo di danza di cento bambini kenyoti che, in una pausa dagli spettacoli del Bomas of Kenya, raggiungono il palco e lo ricoprono di gioia e vitalità.